“Sì, ma perché giochi a basket?” La domanda, anche se non
esplicita, è facilmente intuibile negli occhi del nuovo interlocutore che scopre
la tua passione. “Voglio dire, non sei due metri, non sei nero e non vivi a New
York, allora, perché lo fai?”
Perché adoro il suono sincopato del pallone che rimbalza sul
parquet, il fischio delle suole delle scarpe durante un crossover, lo schiocco
della retina dopo un tiro. Adoro le urla di chi mi chiede un cambio difensivo e
l’esclamazione della panchina dopo una stoppata. Adoro i lividi, quelli di cui
ti accorgi solo dopo la partita, perché prima era troppo impegnato a tagliare
fuori a rimbalzo. Adoro quei lob perfetti che superano il difensore di un
niente e finiscono nelle mani del tuo compagno di squadra, che non guardi
neanche come finisce l’azione, che già lo sai. Adoro sentirmi parte di una
squadra in cui ogni singolo componente contribuisce per rendere il collettivo
più forte della somma dei singoli giocatori, percepire la poesia in movimento di
un quintetto che esegue uno schema alla perfezione, in cui ognuno si muove come
fosse l’ingranaggio di un unico meccanismo. Adoro crederci, in tutte queste
cose, le voglio vivere e rivivere, 24/7.
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